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Non una fuga dal mondo…

Non una fuga dal mondo…

fr. Giovanni Ruotolo op

Il nostro viaggio all’esplorazione del tema della vocazione prosegue con l’intervista a Suor M. Vincenza Panza, che molto generosamente ha accettato di rispondere alle nostre domande. Come già in altre occasioni, non ha mancato di donarci delle riflessioni di valore e di testimonianza della fede e della donazione totale a Cristo. Suor Vincenza è la priora del Monastero del Santo Rosario di Azzano San Paolo, in provincia di Bergamo, a cui abbiamo chiesto di presentarsi, per darci modo di apprezzare ancora meglio le sue riflessioni, frutto di 55 anni di professione religiosa. (n.d.r)

Essere monaca contemplativa domenicana significa partecipare appieno al carisma di San Domenico che ha voluto delle Sorelle dedite solo alla ricerca di Dio nella preghiera, nello studio della Verità, nella vita fraterna, per testimoniare quanto i nostri Confratelli predicano, portando a tutti Gesù, nel suo messaggio di salvezza per ogni uomo. Nessuna di noi è entrata in monastero per fuggire dal mondo, per ignorarlo o dimenticarlo, ma per essere presente in esso in modo ancor più profondo, conoscendo e condividendo il dolore, la sofferenza e la speranza dell’umanità. Oggi più che mai sentiamo l’urgenza della preghiera, dell’unione profonda con Dio, per intercedere per tutti gli uomini, Questa è la missione che ci ha lasciato San Domenico, nostro Padre; quella compassione per i peccatori, i miseri e gli afflitti che egli portava sempre nell’intimo santuario del suo cuore; compassione che trabocca in noi ogni giorno nella preghiera e nella vita fraterna in comunità.


Quando e in che modo hai percepito la tua vocazione religiosa?
Ognuno di noi ha la sua storia e anch’io ho la mia. A sedici anni, un raggio di luce della grazia del Signore ha ridato vita alla mia fede. Da lì l’inizio di un cammino verso una meta che al momento non percepivo e nemmeno lontanamente immaginavo.
In seguito l’impegno nelle attività parrocchiali e di oratorio hanno fatto sì che cammin facendo, scoprissi dove il Signore mi stava conducendo. Tuttavia, penso che la frequenza quotidiana all’Eucaristia, la devozione alla Madonna e la guida del padre spirituale siano stati determinanti per la mia vocazione religiosa.

Come hai capito che, tra i numerosi ordini religiosi, il Signore ti stava chiamando proprio al carisma dell’Ordine dei Predicatori?
A 18 anni ho detto il mio “si” al Signore e nessun dubbio sulla scelta dell’Istituto religioso. Le Suore che conoscevo fin dall’infanzia avevano attirato la mia preferenza. Frequentando tuttavia la loro Casa Madre dove mensilmente partecipavo ad un ritiro, ho sentito parlare della clausura, vita che mi dicevano ormai superata. La curiosità però ha avuto il sopravvento, portandomi ad approfondire il senso di questa particolare vocazione. Nessuna fretta; avevo tutto il tempo per conoscere meglio cosa significasse “vita di clausura”, come allora era definita. Come catechista ascoltavo le confidenze, talvolta dolorose, delle bambine che avvicinavo ogni domenica, venendo a conoscenza di alcune situazione familiari, difficili. Tutto questo mi portava alla preghiera; comprendevo che non potevo fare di più e pregare per me era tutto e questo mi aiutava a fare discernimento, fin quando ho compreso e ho deciso: sarei entrata in un monastero di clausura. Per correttezza l’ho manifestato alle Suore che mi seguivano; logico che hanno cercato di dissuadermi, ma ormai ero più che convinta.
Il Sacerdote che mi guidava spiritualmente conosceva il monastero delle Domenicane essendo stato loro cappellano e mi ha proposto di conoscerle. Dopo alcuni mesi di reciproca conoscenza, non ancora ventunenne, quindi all’epoca minorenne, fissai la data del mio ingresso. Comunicarlo alla famiglia, non fu cosa facile; motivi per fermarmi erano all’ordine del giorno, soprattutto la mamma che, bontà sua, non voleva perdermi, ma visto la mia irremovibilità, mi diede il suo consenso. Ai miei tempi non c’erano periodi di discernimento all’interno dei monasteri e nemmeno ci si sognava di conoscere altri carismi. Il mio desiderio era pregare e offrire la mia vita per le famiglie. Tutto qui.

Come ricorda i primi tempi di questa esperienza? Entrando in noviziato come postulante, trovai tre giovani sorelle provenienti dal Terz’Ordine Domenicano. Io conoscevo poco o niente dell’Ordine, se non che il fondatore era San Domenico di Gusman. Così ho iniziato a leggere e studiare il carisma che stavo abbracciando e, piano piano comprendere cosa significasse la presenza delle monache in un Ordine fondato esclusivamente per la predicazione.
La Costituzione Fondamentale delle Monache dice: “San Domenico all’inizio della Fondazione dell’Ordine, riunì nel Monastero di Prouille alcune donne che, dedite solo a Dio fossero associate alla Santa Predicazione, con la preghiera e la penitenza”. Infatti: “E’ proprio dei Frati predicare per il mondo il nome di Nostro Signore Gesù Cristo, mentre è proprio delle monache cercarlo, meditarlo e invocarlo nel nascondimento, affinché la Parola di Dio, non ritorni senza effetto , ma prosperi in coloro ai quali è stata rivolta (Is. 55, 10). Tutto questo era quanto cercavo, quindi nessun dubbio, nessun ripensamento: mi sentivo al posto giusto.

Com’è stato per te lasciare la tua famiglia e i tuoi amici?
Logico che a 20 anni l’entusiasmo sia alle stelle. Quando ho salutato le mie amiche, un turbinio di pensieri e ricordi di persone e di cose che stavo per lasciare, mi ha provocato un pianto dirotto. Impressionate, una di loro mi ha detto: “Tranquilla che non ci starai in monastero; quando si è sicuri del passo che si compie, non si piange, si è felici”. Doccia fredda sul mio entusiasmo, ma solo per un attimo: ero ben cosciente di quanto mi apprestavo a compiere. Il giorno del mio ingresso hanno pianto i miei cari soprattutto il papà. Un saluto commovente, ma finalmente ero arrivata: mi sentivo a casa. Nel tempo ho compreso che il distacco più doloroso lo ha vissuto la mia famiglia.

Durante il discernimento
Di cosa ti sei resa conto di dover lasciare per essere fedele a questa chiamata, invece, che cosa hai trovato?
Come detto sopra, tutto quanto costituiva il mio mondo: casa, lavoro, affetti, attività parrocchiali… In compenso ho trovato Sorelle che mi hanno accolto, aiutato nel mio nuovo cammino e resa umanamente più matura.

Alla luce della tua esperienza, come si può distinguere tra un dubbio vocazionale mosso dallo Spirito e una tentazione di abbandonare il cammino intrapreso?
Il dubbio sulla propria vocazione, mosso dallo Spirito, lascia la persona nell’umiltà; ne parla senza drammatizzare, chiede luce e accoglie di essere accompagnata; non fa mistero, ne parla semplicemente con chi di dovere e piano piano il dubbio si attenua fino a scomparire. Al contrario, la tentazione di abbandonare il cammino intrapreso porta la persona ad essere critica su tutto e di tutti, è malcontenta e frustrata. Nel mio servizio di formatrice e di priora ho avuto a che fare con questi particolari momenti, anche con tempi lunghi. L’importante è esserci; cioè, camminare con la sorella che sta attraversando questa difficoltà, senza giudicare, senza scoraggiarci e senza stancarci; lasciare tempo al tempo. Qualcuna, purtroppo se né andata, qualcun’altra ha superato la prova ed è rinata, lodando e ringraziando insieme il Signore.

Con il senno di poi


Cosa significa non rimpiangere una scelta? E qual è la decisione più difficile?
Oggi la Chiesa ci chiede un cammino di formazione abbastanza lungo. Superate le tappe canoniche e giunta alla Professione solenne, la scelta è consapevole e soprattutto, libera. Si, ci sono anche dopo la Professione solenne delle richieste di dispensa dai voti; scelte sofferte e motivate. Accompagnare queste Sorelle alla decisione di lasciare il Monastero, è un momento difficile, davvero! Trovo comunque importante rimanere vicino anche dopo; è un momento di grazia e di squisita fraternità.

Il consiglio di una Madre


In base alla tua esperienza, credi che ci sia uno “stile” divino nel chiamare ogni essere umano, o ogni vocazione, essendo personale, è completamente irriducibile e incomparabile?

Ogni vocazione è unica e sicuramente incomparabile perché siamo diversi e la risposta è personale. Nella Bibbia e nel Vangelo troviamo le varie chiamate di personaggi completamente diversi l’uno dall’altro. Che ci sia uno “stile” divino direi di si. E’ Dio che chiama; nessuno si mette su un dato percorso di vita senza esservi interiormente invitato.

Qual è la relazione tra vocazione, realizzazione personale, realizzazione ecclesiale e la croce?
“Chi vuol venire dietro a me, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Il giorno della nostra Professione diamo tutto noi stessi al Signore; poi cammin facendo ci lamentiamo se non tutto gira per il nostro verso e se i nostri desideri di realizzazione non giungono a buon fine. Capita! Realizzazione è vivere giorno per giorno ciò che ci viene chiesto dall’obbedienza. E’ lì che ognuno esprime e da vita ai suoi talenti.
Nelle nostre Costituzioni leggiamo: “Siccome lo Spirito Santo dirige la sua Chiesa con speciali talenti e carismi, la Priora nell’esercizio della sua autorità, osservi molto attentamente i doni particolari delle Suore, li valuti e li ordini secondo le esigenze del bene comune e secondo l’indole di ciascuna, cosi che si riconosca alle Suore una conveniente responsabilità”. La nostra realizzazione sta tutta qui: accogliere serenamente quanto ci viene chiesto. Il Signore, giorno dopo giorno, con la nostra collaborazione, compie meraviglie di grazia.

Quale consiglio daresti a una giovane che si interroga sulla propria vocazione? Da cosa la metteresti in guardia e a cosa la incoraggeresti?
Il primo atteggiamento è quello di interrogarsi su cosa cerca e cosa si attende da una vita come la nostra. Più che metterla in guardia, le suggerirei di confrontarsi molto seriamente con il Vangelo, suggerendole infine una costante vita sacramentale, l’Eucaristia e un accompagnamento spirituale. Inoltre la incoraggerei a chiedere di vivere qualche giorno all’interno di un monastero dove troverebbe sorelle che pregano, lavorano e si impegnano a vivere la gioia fraterna, testimoniando l’amore del Padre che Cristo ci ha rivelato con la Sua vita.

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