A cura di fra Giuseppe Filippini op
La vocazione è una chiamata, un appello che Dio ci manda e che coinvolge tutto il nostro essere. Riconoscerla e seguirla non significa semplicemente trovargli un posto in quella grande “tabella di impegni” cui sovente riduciamo la nostra vita; al contrario, la vocazione, quando realmente accolta, pretende di occupare il centro, il cuore dell’esistenza.
Esistono numerosissime vocazioni e nella misura in cui ci consentono d’incarnare nella nostra vita l’Amore di Dio, guidandoci quindi alla santità, sono tutte ugualmente valide. Quando un particolare appello ci guida fra le braccia di un Ordine Religioso, allora possiamo essere sicuri che la via che il Signore ci chiama a percorrere attingerà dal suo carisma la propria forza e vitalità.
Il carisma di san Domenico da Caleruega è certamente multiforme e sfaccettato, tanto centrato sull’obbiettivo, ossia la salvezza delle anime, quanto versatile negli strumenti utilizzati. Esso si radica sull’aspetto profetico della chiamata battesimale, su quella tensione che, ad imitazione di Cristo. Vuole ogni credente annunciatore e testimone della Verità.
Proprio per questa ragione sarebbe assurdo circoscrivere il carisma di san Domenico esclusivamente agli uomini ed alle donne che, ponendosi alla sua sequela, hanno abbracciato la vita consacrata. Consci di ciò, i frati Predicatori, riconoscendo e valorizzando un desiderio sorto spontaneamente nel Popolo di Dio, hanno ben presto esteso anche ai fedeli laici di buona volontà la possibilità di vivere ed incarnare il lascito del nostro Santo Padre.
Il Laicato Domenicano è la via di coloro che, come avanguardie, annunciano Cristo ben inseriti nel mondo, invisibili ma pronti a trasformare ogni scintilla accesa dallo Spirito in un fuoco ardente. Essi, similmente ai religiosi dell’Ordine, traggono la loro forza da un mirabile connubio di Carità e conoscenza: nelle Fraternite approfondiscono l’amore verso il prossimo e, radicati in esso, fanno fruttificare l’amore che li lega a Dio. Al tempo stesso la Carità, così accresciuta e rafforzata, è fonte ed origine di una tensione alla conoscenza non fondata sulla vana curiosità bensì sull’ardente desiderio dell’Amato.
Per comprendere la bellezza di questa particolare vocazione, non è necessario accontentarsi delle mie parole. Difatti, per quanto competente o abile io possa essere, vi parlerei sempre di qualcosa che osservo dall’esterno, di una chiamata di ammiro ma che non ho ricevuto. Ecco perché preferisco lasciare la parola a Marina Pasqui, Presidente Provinciale dei Laici Domenicani per la Provincia San Domenico in Italia.
In quale momento e circostanza della tua vita hai sentito la vocazione al Laicato Domenicano?
Sono lieta di poter rispondere alle vostre domande, principalmente perché questo mi dà modo di ricordare, cioè di tornare col cuore alle circostanze che nel tempo hanno illuminato la mia strada fino a quando ho capito che il Signore mi chiamava. Non c’è, quindi, un momento preciso in cui ho sentito la vocazione domenicana. Si è trattato di un cammino, che – volgendo indietro lo sguardo – adesso riesco a vedere.
All’inizio fu una sensazione ancora indefinita, quasi confusa; successivamente ho ascoltato e quindi capito che il Signore stava chiamando proprio me e che mi proponeva di seguire le orme di san Domenico, di aderire al sogno che lui aveva vissuto e concepito per sé e per i suoi. Quando l’ho compreso, ho provato stupore, meraviglia, incredulità, un po’ come il san Matteo rappresentato da Caravaggio nel momento della sua chiamata. Il Signore mi sta chiamando? Chiama proprio me? Sì, proprio me.
Anch’io ero in altre faccende affaccendata: famiglia, figli, genitori da accudire, scuola, alunni e molto altro, con una generica e “pericolosa” inclinazione a dire sempre di sì e a riempirmi di impegni. Cristiana e praticante, doverista anche in questo. Affannata. “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti di molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10, 41-42).
Ho sentito che Gesù mi invitava, mi sospingeva alla conversione durante una catechesi per i genitori dei bambini del catechismo. Era un pomeriggio del maggio 1997. Il predicatore era un certo fra Floriano, un giovane cappuccino missionario in Brasile in visita alla sua famiglia qui in Veneto. Fra Floriano commentava un passo del Vangelo secondo Giovanni e il flash furono queste parole: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”. (Gv.15, 15-17)
Una Parola, che mi è scesa nel cuore e che vi è rimasta scolpita, sebbene non fossi ancora consapevole della portata di questo invito. E passarono ancora degli anni.
Avevo già scelto di essere cristiana, questo sì. Nell’infanzia pregavo con la nonna soprattutto la Madonna (adoravo le Litanie lauretane!), la mamma mi insegnava ad essere paziente e a dire sempre la verità. Sono stata una bambina allegra, un’adolescente riottosa, una giovane mamma animata dalle migliori intenzioni.
Mio papà era terziario francescano, e su questa sua scelta ha costruito una casa sulla roccia nella quale ci ha fatti crescere e ci ha insegnato col suo esempio come si può vivere, come si può amare il prossimo, come ci si prepara a morire.
Due dei miei cognati, che avevo conosciuto ai tempi dell’Università, sono poi diventati frati domenicani.
All’epoca, però, ero lontanissima dall’idea che scelte analoghe alle loro potessero prospettarsi anche per me. E caso mai il modello che avevo in testa era più prossimo a san Francesco e al nostro Santo (così a Padova chiamiamo sant’Antonio).
Poi un giorno, ai primi di settembre del 2000, si creò l’Occasione. Presso la parrocchia di un paesino vicino a Padova riprendevano, dopo quasi vent’anni di sospensione, gli incontri della Fraternita laica domenicana di Padova. La Fraternita si stava rianimando con nuove persone: era un nuovo inizio. L’Assistente era mio cognato fra Giovanni. Mi ha proposto di partecipare a quell’incontro: “Vieni e vedi” (Gv. 1, 46). Sono andata.
Come ti sei accorta che il Signore ti chiamava a questa particolare forma di consacrazione proprio nell'Ordine dei Predicatori?
Perché proprio nell’Ordine dei Predicatori? Perché mi sono sentita finalmente a casa! Una sensazione che si è progressivamente consolidata nel corso dell’anno di formazione che precede il rito di Accoglienza. Mi sono sentita accolta dai fratelli, accettata per quello che sono. Ho capito che Dio ci ama così come siamo. I fratelli laici e i frati mi hanno testimoniato l’amore misericordioso di Dio, e nella correzione fraterna mi hanno fatto la Carità della Verità.
Di san Domenico mi hanno affascinato la dolcezza, la sensibilità, la compassione per i sofferenti e per i peccatori, il rigore e la semplicità, la severità e la misericordia, l’amore per la Vergine che ci copre col suo manto, l’amore per la Verità, la tenace volontà di adoperarsi per la salvezza delle anime.
Come scrive il beato Giordano: “Egli [Domenico] si attirava facilmente l’amore di tutti; senza difficoltà appena lo conoscevano, tutti cominciavano a volergli bene […]. Ovunque si manifestava come uomo evangelico, nelle parole come nelle opere”. […] Accoglieva tutti gli uomini nell’ampio seno della sua carità e perché tutti amava, da tutti era amato. Faceva sue le parole di san Paolo: ‘Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangente con quelli che sono nel pianto (Rm 12, 15)’”.
Anch’io ho cominciato a volergli bene, ho avuto il desiderio di seguirlo, seppur zoppicando, e di provare a imitarlo. Poi con la Professione, punto di arrivo e punto di partenza in seno al cammino, con molta trepidazione, ma con fede e fiducia, ho “scelto di voler vivere secondo la Regola dei Laici di San Domenico”.
Quali sacrifici hai dovuto fare per vivere la vocazione al Laicato Domenicano? Quali ricchezze vi hai trovato?
Il momento iniziale della vocazione è come una danza gioiosa. Successivamente questa viene messa alla prova e si deve rinnovare la scelta e perseverare.
Tuttavia, non si è soli. Ci sono i fratelli, le sorelle, c’è la Fraternita, c’è il tesoro di grazie che deriva dall’essere un membro dell’Ordine e della Famiglia domenicana, c’è l’esperienza concreta della comunione nella preghiera con tutti loro.
Banalmente all’inizio un piccolo sacrificio c’è stato: uscire di casa alle 7 di mattina anche la domenica per raggiungere il paesino vicino a Padova dove si svolgevano gli incontri. Solo un piccolo sforzo si volontà!
Le ricchezze viceversa sono incommensurabili! Diventando domenicana, “con l’aiuto di Dio e dei fratelli”, pur rimanendo me stessa (e quindi purtroppo anche con certi miei tipici difetti), sono cresciuta, mi sono sentita trasformata nei rapporti affettivi e lavorativi. Ho cominciato a conoscere l’Amore e anche ad amare il prossimo nel Signore. Essere domenicana mi ha permesso di affrontare con fede e abbandono fiducioso alcuni difficili momenti di prova.
Provo gioia quando posso rendermi disponibile al servizio.
Ti sei mai pentita di questa scelta? Hai mai avuto rimpianti?
No. Non mi sono mai pentita di questa scelta e non ho rimpianti. Anzi, mi sento una “privilegiata”. Ogni giorno con riconoscenza do lode al Signore per la grande grazia che mi ha concesso.
Come ti ha aiutato il tuo essere laica domenicana nel tuo cammino verso la santità?
Essere domenicana mi aiuta e mi sprona a camminare, guardando avanti e andando avanti. È una “pedalata assistita”, è movimento, è crescita.
Essere domenicana mi aiuta a guarire la memoria, a non giudicarmi, a non condannarmi, ad avere misericordia anche per me stessa. “Dio non guarda a ciò che siamo stati; Dio vede solo ciò che siamo” diceva il beato fr. Jean-Joseph Lataste.
Essere domenicana mi aiuta a riconoscere le mie povertà, le mancanze che solo Lui può riempire, mi sprona a vivere “in autentica comunione fraterna lo spirito delle Beatitudini e a darne testimonianza […]” (Regola art. 8).
Prendere la Croce mi spaventa ancora, ma meno di prima. Ho negli occhi le belle immagini del beato Angelico che rappresenta Domenico a i piedi della Croce, Domenico che abbraccia la Croce. Quella è la via della salvezza, come ci viene detto: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Mt 16:24, Lc 9:23), e “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristori per le vostre anime. Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 20-30). La sfida è passare con fiducia dalla conoscenza teorica all’esperienza concreta!
Essere domenicana mi dispone ad ascoltare e accogliere lo Spirito Santo, a non respingerlo come fosse un intruso!
Cosa consiglieresti ad un giovane che sta valutando di entrare nel Laicato Domenicano? E ad un adulto o ad un anziano?
Al giovane dico di mettersi in ascolto e di non spaventarsi dell’impegno. Crescere, seguire una Regola, non smorza la freschezza e non spegne l’entusiasmo; anzi è vero il contrario.
L’esperienza della vita comunitaria – così come la vive un laico domenicano nel mondo e nella quotidianità-, anche se spesso non ha niente di “eroico”, è un “colpo grosso”, una gioiosa opportunità di crescita e un’impareggiabile occasione di testimonianza! Farlo insieme con le persone che il Signore provvidenzialmente ti mette accanto (che sono diverse per età, per sesso, per estrazione socio-culturale) è un arricchimento! Riconoscersi nel carisma di san Domenico, avere il senso di in una comune identità dà grande forza.
A un adulto dico di mettersi in gioco, di “deporre l’uomo vecchio”, di rinunciare ai pregiudizi che ingombrano la mente e il cuore, di fare spazio a Domenico che ci guida al Signore. Pur consapevoli del nostro nulla, ci si può mettere al servizio per la salvezza delle anime. Farlo è bello e buono.
Ad un anziano dico, citando fr. Paul Murray, che non è mai troppo tardi per bere “Il vino nuovo della spiritualità domenicana: una bevanda chiamata felicità”.
Nella tua esperienza, qual è la domanda cui tutti coloro che si accosto al Laicato Domenicano dovrebbero porsi?
Ce ne sono diverse da porsi e a mio avviso sono: “Sono pronto a rispondere a chiunque mi domandi ragione della speranza che è in me? Sono disposto a farlo con dolcezza e rispetto e con una retta coscienza”? (1 Pt 3, 15). Sono aperto ad accogliere la misericordia di Dio e ad essere misericordioso? Sono disposto a pregare, a studiare, a dare testimonianza secondo i miei limiti e le mie capacità? Sono disponibile all’obbedienza e al servizio? So fare silenzio? (Qualcuno diceva “Bisogna fare silenzio perché Dio parli”). Se mi fosse concessa una sola domanda al mio ipotetico interlocutore, sarebbe certamente quest’ultima.
Che cosa hai trovato e che cosa hai portato entrando nella Famiglia Domenicana?
Ho portato molto poco, forse un po’di curiosità e di entusiasmo e una certa caparbietà. Grazie all’intercessione della Beata Vergine Maria e del santo padre Domenico, ho trovato Gesù, Via, Verità e Vita. Ho riconosciuto la ragione della mia Speranza.